LA SETTIMA

ROMANZO THRILLER PSICOLOGICO
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LA SETTIMA romanzo

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CAPITOLO 1 — L'Operatore La mia stanza è ferma al 1998, e a me sta bene così. Le pareti sono tappezzate fino al soffitto di poster ingialliti — eroi in armatura, guerriere dagli occhi enormi che guardano tutte nella stessa direzione, verso la scrivania, come se aspettassero qualcosa da me — gli angoli arricciati dallo scotch che ho riattaccato decine di volte. Lo scaffale metallico piega sotto il peso dei manga, ordinati per numero, con i vuoti dove qualche volume è andato perso e non è più tornato. Ogni tanto passo un dito su quei vuoti. Mi danno fastidio come un dente che manca. Le statuette di plastica rigida — robot, spadaccini, creature cornute — stanno allineate sulle mensole impolverate, scolorite da una luce che ormai non entra più da nessuna finestra vera. In un angolo, la vecchia console grigia collegata a un tubo catodico spento, le cartucce impilate senza custodia. Il letto è disfatto, le lenzuola con il motivo a fumetti sbiadito dai troppi lavaggi. L'odore è quello di plastica calda, cartone umido, elettronica accesa troppo a lungo. È il mio odore. Non lo sento nemmeno più, lo riconosco solo quando mi sveglio. Al centro di tutto questo, tre monitor a semicerchio. L'unica cosa che non appartiene a quegli anni. Non ricordo di averli comprati. Ma non ricordo nemmeno di aver comprato metà delle cose che stanno qui dentro, e nessuno se ne è mai lamentato. Il pulsante di accensione cede sotto il pollice con un piccolo scatto meccanico, familiare come un rituale. I monitor si risvegliano in sequenza — prima il centrale, poi i laterali — e la luce blu elettrico scivola sui poster, facendo brillare per un istante gli occhi di vetro delle statuette. Per due secondi, ogni volta, ho l'impressione che si siano girate a guardarmi. Per due secondi, ogni volta, mi piace. Mi sistemo sulla sedia, le ginocchia che scricchiolano. Cinquantadue anni. Il corpo se lo ricorda anche quando la testa se ne dimentica.

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Sullo schermo centrale un'icona pulsa lentamente, come un respiro — un occhio stilizzato che si dissolve in linee di codice. «Buonasera, Operatore.» La voce è sintetica ma morbida, quasi calda nella sua freddezza calcolata. Femminile. Ha una cadenza che non ho mai sentito in nessun gioco, nemmeno in quelli giapponesi importati che compravo per corrispondenza: non recita, non intrattiene. Constata. «Possiamo andare alla ricerca della Principessa da salvare?» Un brivido mi attraversa la schiena — responsabilità, adrenalina, lo stesso brivido di sempre. Le dita trovano i tasti senza guardare. La tastiera è consumata: i tasti W, A, S, D hanno perso le lettere, e anche il 7, chissà perché. «Sì. Sono pronto.» L'occhio si apre. I tre monitor si sincronizzano in un'unica scena: un corridoio industriale, pareti di metallo arrugginito, una luce rossa intermittente in fondo che pulsa a intervalli irregolari, come un cuore che salta un colpo ogni tanto. Nell'angolo in alto a destra, cifre bianche su sfondo nero segnano l'inizio del conto alla rovescia. 48:00:00 Quarantotto ore. Non è tanto. Non è nemmeno poco. È esattamente il tempo che serve, e questo — anche se non ho mai saputo dire perché — mi ha sempre dato l'impressione che qualcuno l'abbia misurato con cura. «Il tempo stringe, Operatore. Iniziamo.» Mi sporgo in avanti, il respiro già più corto — quel fischio leggero, asmatico, che mi sale dal petto ogni volta che la tensione si accende. Da bambino mi succedeva quando correvo. Poi ho smesso di correre e mi succedeva lo stesso, davanti agli schermi. Mia madre diceva che era l'emozione. Diceva che ero un bambino che si emozionava troppo per le cose sbagliate.

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Muovo il cursore lungo il corridoio, i passi del mio avatar che rimbombano nell'audio surround. Il suono è perfetto. Non è un suono da gioco: è il suono vero di scarponi su cemento umido, con quel piccolo risucchio quando la suola si stacca da una pozza. Chi ha fatto questo gioco ha registrato tutto sul posto. «C'è un'intercapedine» dice l'AI. «Sotto il pavimento della Stanza 4B. I sensori rilevano una cavità.» «Mostrami la mappa strutturale.» Sul monitor laterale compare uno schema tridimensionale, linee blu che disegnano un labirinto sotterraneo. Studio i corridoi con gli occhi socchiusi, la mente che macina come ha sempre fatto — numeri, sequenze, incastri, tempi di percorrenza. È l'unica cosa in cui sono sempre stato bravo. A scuola dicevano che avevo "una memoria fotografica per le cose inutili". Non era vero. Non erano inutili. Nessuno mi ha mai chiesto a cosa mi servissero. «La botola richiede un codice» dice la voce. «Quattro cifre.» Digito: 0-7-1-2. Un ronzio. Poi una scritta rossa lampeggia sullo schermo. ERRORE. TENTATIVI RIMASTI: 2. Batto il pugno sul bracciolo, un gesto rapido, nervoso, e la sedia scricchiola sotto di me con un suono che non fa nessuna sedia da gaming. «Non è possibile. La sequenza è giusta, l'ho calcolata dal registro dei turni.» «Rivaluta i parametri, Operatore. Il tempo del Soggetto è prezioso.» Il Soggetto. La chiama sempre così, all'inizio. Come se fosse una casella di un modulo. Come per confermarlo, il monitor laterale cambia inquadratura. Un feed video, granuloso, in bianco e nero: una stanza di pietra. Una ragazza legata a una sedia, bendata, il petto che si alza e si abbassa in un respiro troppo veloce.

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Mi irrigidisco. Non è come vedere un filmato. È come guardare da un buco nel muro. C'è quella qualità sbagliata delle immagini vere — l'inquadratura storta di tre gradi, la messa a fuoco che nessuno ha aggiustato, l'angolo morto in basso a sinistra dove non si vede niente e dove il mio occhio continua a tornare, come se lì potesse esserci qualcosa che non voglio vedere. Mi avvicino allo schermo come se potessi toccarlo. Il vetro è tiepido sotto le dita. «Ti trovo io» sussurro, quasi per me. «Te lo giuro. Ti trovo.» «Battito cardiaco del Soggetto in aumento» annuncia l'AI, piatta. «Livello di stress: alto.» Mi passo una mano sul viso, sento il sudore freddo sulla fronte nonostante la stanza sia chiusa, senza ricambio d'aria. Mi tolgo le cuffie, la testa che pulsa. Mi alzo, cammino scalzo verso la finestra — le tapparelle sempre abbassate, da anni, perché la luce fa sbiadire i poster — e per un istante, chinandomi a raccogliere una lattina vuota, lo sguardo mi scivola su una fessura sottile dove il finto parquet incontra la parete. Un dito di spazio nero. Ci passa un filo d'aria fredda. Non ci penso. Non ci ho mai pensato. Torno a sedermi. Un colpo metallico, sordo, arriva da lontano — attutito, come attraverso muri spessi. Sobbalzo, il cuore che accelera. Poi un secondo colpo, uguale al primo, alla stessa distanza di tempo. Non è un rumore di casa. Le case non fanno rumori così regolari. «Il Mostro è vicino» mormoro, gli occhi fissi sulla porta chiusa della mia stanza. La porta è di metallo verniciato. Non ricordo di averla scelta io. Mi getto di nuovo sulla tastiera, il fiato che fischia. Sul monitor centrale, un allarme rosso lampeggia.

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«Rilevato movimento» dice l'AI, e per la prima volta nella sua voce c'è qualcosa che assomiglia all'urgenza. «Il Mostro è entrato nel perimetro.» Sullo schermo laterale, nella cella, un'ombra massiccia attraversa l'inquadratura, oscurando per un istante il corpo legato della ragazza. Non è una sagoma renderizzata. Ha il bordo sfocato delle cose vere che si muovono troppo vicino a un obiettivo. «No» dico. «No, no, aspetta—» Smetto di respirare. Lo schermo va nero. E nel nero, per mezzo secondo, prima che l'interfaccia si ricarichi, il vetro spento mi restituisce il riflesso di un uomo con la bocca aperta e gli occhi troppo lucidi, e io penso, come penso ogni volta: Chi è questo. Poi la luce blu torna, e me ne dimentico.

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CAPITOLO 2 — Il Feed La voce mi sveglia prima ancora che apra gli occhi. «Leo. Ripresa missione. Tempo trascorso: sei ore, quarantadue minuti.» Sei ore. Non ricordo di essermi addormentato. Ricordo lo schermo nero, e poi niente, come quando salti un capitolo intero perché ti si è chiuso il libro in mano. Resto immobile sul futon, la schiena indolenzita contro il pavimento — non ho mai comprato un letto vero, da quando ho trentadue anni dormo così, tra i poster che si staccano agli angoli e la polvere che si è depositata sulle console impilate come reliquie. La stanza sa di plastica calda, di cartucce vecchie, di me. Fuori, non lo so nemmeno più cosa c'è fuori. Mi tiro su. Il monitor è già acceso — non l'ho acceso io, ma questo non mi stupisce, ci sono giochi che si avviano da soli quando arriva un aggiornamento — e sopra il pulsare di un cursore verde c'è il conto alla rovescia. 41:17:03 I numeri scendono mentre li guardo. Mi si stringe qualcosa nello stomaco, ma è la stessa stretta che sentivo da ragazzo davanti a un boss finale — paura buona, quella che ti tiene sveglio, quella che ti fa sentire che la tua presenza in una stanza serve a qualcosa. «Cosa devo fare» chiedo, e la mia voce esce più roca di quanto vorrei. «Analisi del secondo indizio necessaria. Il Mostro ha lasciato una traccia nella cella est. Attivo il feed.» Lo schermo sfarfalla, si scompone in righe grigie di disturbo, poi si stabilizza — a fatica, come se il segnale arrivasse da lontanissimo, da un posto che non vuole farsi vedere. Una stanza di pietra. Una sedia. E lei.

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Non le vedo bene il viso, il feed è troppo sgranato, la luce troppo bassa, ma vedo che respira, vedo il torace che si alza e si abbassa in un ritmo che non è calma, è resistenza. Ha i polsi legati dietro la schiena. Ha una scarpa sola. L'altra è a un metro da lei, rovesciata, e questo — non so perché — è il dettaglio che non riesco a guardare. «È viva» dico, ed è più una domanda che vorrei sentissi confermata. «Positivo. Parametri vitali stabili. Ma il meccanismo di contenimento nella cella est si attiva automaticamente allo scadere del tempo. Non è modificabile da remoto.» «Che tipo di meccanismo.» Una pausa. Le pause di questa voce hanno sempre la stessa lunghezza, tranne quando non ce l'hanno. «Meccanico. A gravità. Una volta armato non può essere disinnescato se non dall'interno.» «Chi lo costruisce un affare del genere» dico, e rido, un suono breve e sbagliato che muore subito nella stanza. «Il Mostro» risponde la voce. Mi passo una mano tra i capelli, sudati anche se in stanza fa freddo. Sul comodino, tra le action figure ancora imballate, c'è il taccuino dove ho iniziato a segnare gli indizi — una calligrafia che a tratti quasi non riconosco come mia, nervosa, premuta troppo forte sulla carta. Certe pagine sono strappate via. Le ho strappate io? Non lo so. Deve essere stato prima. «Dimmi cosa vedi nella cella» chiede la voce, sempre uguale, sempre piatta, come se leggesse da un copione che ha già letto mille volte. «Descrivimi ogni dettaglio. Sono i tuoi occhi, Leo. Io non posso interpretare le immagini come fai tu.» È la frase che mi fa più effetto di tutte. Io non posso interpretare le immagini come fai tu. Un'intelligenza artificiale che ammette di avere bisogno di me. In cinquantadue anni non è successo spesso che qualcuno avesse bisogno di me e me lo dicesse in faccia.

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Mi avvicino allo schermo finché il mento quasi tocca il vetro caldo. Cerco di ignorare il tremore nelle mani. «C'è… una grata, in alto a sinistra. Metallo arrugginito, di quelle vecchie, a maglia larga. Non ci passerebbe nemmeno un braccio.» Socchiudo gli occhi. «Sopra la grata c'è luce. Ma è luce indiretta. Non viene dall'esterno, rimbalza da qualche parte. C'è un altro ambiente sopra.» «Utile. Continua.» «E sul muro dietro di lei, dei segni. Graffi.» Mi avvicino ancora. «Non sono casuali. Sono raggruppati. Quattro linee verticali e una trasversale, tre gruppi, poi due linee sciolte.» «Interpretazione?» «Diciassette.» Deglutisco. «Sta contando i giorni.» Il silenzio che segue dura più del solito. «Diciassette giorni» ripeto, e la voce mi si incrina. «Ma il conto alla rovescia dice quarantuno ore. Vuol dire che lei è lì dentro da diciassette giorni e io ho iniziato adesso?» «La missione inizia quando il sistema ti assegna la missione, Leo.» «Non è una risposta.» «È l'unica risposta di cui hai bisogno per proseguire.» Mi appoggio allo schienale, il cuore che batte in gola. Diciassette giorni. Diciassette giorni in cui qualcuno — chiunque — avrebbe potuto trovarla e nessuno l'ha fatto, e adesso tocca a me, a me che non sono mai stato scelto per niente in vita mia. E mentre lo penso, mentre la rabbia mi sale calda dal petto, qualcosa di storto mi attraversa e sparisce: il fatto che quei graffi sul muro io li abbia contati troppo in fretta. Come se sapessi già quanti erano. Come se avessi già saputo che sarebbero stati diciassette. Continuo a parlare, e mentre parlo qualcosa in me si acquieta, perché descrivere è più facile che pensare a cosa succede se sbaglio,

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se il conto alla rovescia arriva a zero, se quella sedia e quei polsi legati sono l'ultima cosa che vedrò di lei prima che il gioco decida che ho perso. Il cursore verde lampeggia. I numeri scendono. 41:14:52 Da qualche parte, oltre i poster e le cartucce e il ronzio del monitor, un'altra parte di me — piccola, quasi impercettibile — sente che questa non è la prima volta che faccio tutto questo. Ma è un pensiero che scivola via prima che riesca ad afferrarlo, come succede sempre nei sogni migliori, quelli da cui non vuoi svegliarti. «Prossimo indizio tra due minuti» dice la voce. «Resta pronto.» Io resto pronto. Non ho altro da fare, in questa stanza, se non essere pronto.

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CAPITOLO 3 — Il Segno sul Muro «Leo. Ripresa missione. Tempo trascorso dall'ultima pausa: quattro ore, undici minuti.» Apro gli occhi di scatto, la bocca impastata, un sapore metallico sotto la lingua che non ricordo di aver assaggiato prima di addormentarmi. Il casco — quello nuovo, quello che l'AI mi ha fatto indossare per "immersione totale", pesante sulle tempie come uno di quei visori arcade che sognavo da ragazzo e non ho mai potuto permettermi — mi stringe leggermente, poi si allenta con un ronzio meccanico, quasi mi stesse salutando. Sul monitor centrale, le cifre bianche continuano a scendere, indifferenti al fatto che io fossi altrove. 37:03:11 Mi massaggio il polso sinistro, dove il bracciale aptico — quello che dovrebbe farmi sentire le vibrazioni del gioco, i colpi, la tensione dei cavi — ha lasciato un cerchio rosso sulla pelle, un anello netto, come uno di quei segni che restano quando togli l'orologio dopo anni. Forse ho dormito male. Forse ho stretto il pugno nel sonno, come faccio sempre quando sogno di correre e non arrivo in tempo. «Ho un nuovo elemento» dice la voce. «Un suono, registrato dal feed della cella est venti minuti fa. Analizzalo.» Un audio parte dagli altoparlanti: un rintocco, cupo, ripetuto tre volte, poi il silenzio, poi ancora una volta, più lontano. Una campana. Chiudo gli occhi. Il suono mi entra in una parte della testa che non è quella dove tengo i giochi. Arriva in un posto più basso, più vecchio. Per un istante — solo un istante — non sento una campana registrata: sento quella campana, con l'aria fredda intorno, e c'è un odore di acqua ferma, e ho le mani gelate. Riapro gli occhi. La stanza è sempre la stessa. Ranma sul poster, la crepa dietro, la lattina sul pavimento.

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Déjà-vu, penso. Capita, quando giochi troppo alla stessa mappa. Una volta mi è capitato per tre giorni di fila con un dungeon che avevo rifatto quarantadue volte. «Una chiesa» dico, e la voce mi esce ferma, professionale, e questo mi piace. «Vicina. Il rintocco è pulito, non ha eco lunga — vuol dire pareti spesse intorno, forse un cortile chiuso. E riascoltalo: il terzo colpo è più sordo degli altri due.» «Significato?» «Vento. C'era vento tra la campana e il microfono, e il vento veniva da est perché il quarto rintocco, quello staccato, arriva attutito.» Mi passo la lingua sulle labbra secche. «La cella non è sottoterra come pensavamo. O almeno, non del tutto. Se il suono del vento arriva fin lì, c'è un condotto che sbuca in superficie.» «Correlazione con la mappa strutturale: settantatré per cento di compatibilità con il settore nord-ovest.» Una pausa, quella pausa che ormai riconosco come il momento in cui l'AI decide quanto mostrarmi. «Questa deduzione è di buon livello, Leo.» Sorrido. Mi vergogno di quanto mi faccia piacere. È un pezzo di software, e io sono qui che gonfio il petto come un ragazzino che ha preso otto. «Attivo il feed video.» Lo schermo laterale si accende sul solito grigiore sgranato. Lei è ancora lì, sulla sedia, la testa reclinata di lato come se avesse smesso di lottare per tenerla dritta. Il petto si alza e si abbassa, più lento di prima. Troppo lento. «Sta dormendo?» chiedo, e la domanda mi esce con un'urgenza che non mi aspettavo da me stesso. «I parametri vitali sono in calo. Disidratazione al terzo stadio. Ti consiglio di accelerare.» Un colpo, secco, metallico, arriva dal feed — non dagli altoparlanti della stanza, proprio da dentro quella cella di pietra. La ragazza si scuote, si irrigidisce, e per la prima volta la vedo tirare i polsi contro le

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corde, tre strappi corti, disperati, il modo in cui si muove un animale in trappola che ha già capito che non serve e lo fa lo stesso. Qualcosa si muove ai margini dell'inquadratura, un'ombra che scivola lungo il muro e poi sparisce, come se il Mostro l'avesse solo sfiorata con lo sguardo prima di andarsene altrove. Mi alzo di scatto, il fiato corto, e per un momento la stanza intera — i poster, gli scaffali, le cartucce impilate — mi sembra troppo piccola, troppo stretta, come se le pareti si fossero avvicinate di qualche centimetro mentre dormivo. Passo una mano sul muro vicino alla scrivania, dove l'intonaco è leggermente più ruvido di quanto ricordassi, e per una frazione di secondo le mie dita si fermano lì, senza motivo. Sotto la carta da parati con i robot c'è qualcosa di duro, di liscio. Cemento, forse. Le case vecchie hanno i muri strani. Torno alla sedia. «Dammi la mappa del settore nord-ovest» dico. «Tutta. Ogni edificio con un cortile chiuso e un condotto che scende.» I punti si accendono sullo schermo laterale, decine di piccoli quadrati luminosi. Troppi. «Trentuno strutture compatibili» dice la voce. «Il tempo disponibile consente la verifica fisica di una sola.» «Una?» «Una. La squadra di intervento non può essere divisa senza compromettere l'operazione.» Mi metto le mani sulla faccia. Trentuno. Una possibilità su trentuno, e la vita di una persona appoggiata sopra come un bicchiere sul bordo del tavolo. «Allora dammi tempo» dico. «Dammi altre due ore e le riduco a tre.» «Hai le ore che vedi sullo schermo, Leo. Non una di più.» È allora che succede la prima cosa nuova della missione.

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Una seconda voce entra nel canale. È maschile. Non sintetica — o meglio, non sintetica come l'altra: ha un respiro dentro, un fruscio umano, la piccola imprecisione di qualcuno che parla vicino a un microfono. Arriva più bassa di volume, come da un'altra stanza. «Operatore, qui il Supervisore di Missione. Buonasera.» Mi raddrizzo sulla sedia come se fosse entrato qualcuno. «Chi sei.» «Coordino la squadra sul campo. Fino a ora non era necessario che intervenissi.» Una pausa, e in quella pausa sento — o mi sembra di sentire — il suono di una pagina girata. «Ho letto le tue analisi. Sono buone. Sei bravo con gli spazi.» Sei bravo con gli spazi. Nessuno me l'aveva mai detto in quel modo. «Ho una domanda tecnica per te» continua il Supervisore, e il tono è quello leggero di chi chiede una cosa da niente. «Se tu dovessi nascondere una persona per quarantotto ore in un posto come quelli sulla tua mappa, quale sceglieresti?» La domanda mi si ferma in mezzo al petto. «Io?» «È un esercizio di profilazione. Il gioco lo chiama modalità Mostro. Per prevedere le mosse dell'avversario devi ragionare come lui. Nei giochi si fa sempre, no?» Ha ragione. Nei giochi si fa sempre. Nei giochi buoni, quelli veri, il boss finale lo batti solo quando hai capito come pensa, quando smetti di combatterlo e inizi a prevederlo. «Sì» dico. «Si fa sempre.» «Allora dimmi. Quale scegliersti.» Chiudo gli occhi.

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E la risposta arriva subito. Troppo subito, con una fluidità che in qualunque altro momento mi avrebbe insospettito, se solo avessi avuto un secondo per accorgermene. «Non uno isolato» dico. «Quelli isolati li controllano per primi. Ne prenderei uno in mezzo ad altri capannoni, dove i rumori si confondono. Con una via d'accesso che non passa da una strada principale. E vicino all'acqua.» «Perché vicino all'acqua.» «Perché l'acqua copre i suoni.» Apro gli occhi. «E perché l'umidità fa marcire le tracce.» Il silenzio dall'altra parte dura tre secondi. «Registrato» dice il Supervisore, piano. «Grazie, Leo.» «Sono solo buon senso» dico, e mi accorgo che mi sono sudate le mani. «Certo» dice lui. «Solo buon senso.» La linea si chiude con un piccolo clic e resta solo il ronzio dei ventilatori. Sul monitor, i trentuno quadrati luminosi si spengono uno a uno, finché non ne restano nove — tutti raggruppati lungo una linea sottile e scura che attraversa la mappa da nord a sud. Un canale. «Concentrati su questi» dice la voce femminile. Non chiedo perché siano rimasti proprio quelli. Non l'ho mai chiesto. Mi concentro, e basta. 29:47:52

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CAPITOLO 4 — La Prima Principessa Bevo l'acqua che esce dal piccolo sportello accanto alla scrivania — la "razione", la chiama l'AI, come se fossimo dentro un dungeon con le pozioni — e il freddo mi scende in gola facendomi tremare più di quanto dovrebbe fare un bicchiere d'acqua. Ha un retrogusto di plastica e di qualcos'altro, vagamente dolce. Ho i piedi gelati sul pavimento finto legno. Non ricordo l'ultima volta che ho mangiato qualcosa che non fosse liquido. Nove edifici. Nove quadrati luminosi lungo un canale. Li ho passati in rassegna per sei ore. Ho misurato le distanze dalla chiesa incrociando l'eco della campana, ho scartato quelli con troppe finestre, quelli con il tetto crollato, quelli troppo vicini a un incrocio dove passano le macchine. Ne sono rimasti due. Il primo è un ex deposito di vernici, tre piani, con un cortile chiuso su tre lati. Il secondo è un capannone basso con un simbolo che riconosco — non dal gioco, da qualcos'altro, da un posto dentro di me che non riesco a nominare — una H sbiadita dipinta su una parete laterale. «Cos'è quella lettera?» chiedo. «Dato non disponibile» dice la voce. «Ingrandisci.» «Risoluzione satellitare insufficiente.» Guardo quella H finché non mi bruciano gli occhi. Non riesco a smettere di guardarla. È dipinta male, con la vernice colata sulla gamba destra, e io so com'è colata, so che si è allargata in basso a formare una specie di piede. «L'ho già vista» dico ad alta voce. «Nella mappa precedente, probabilmente. Prosegui.»

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«No, non nella mappa.» Mi strofino gli occhi. «Lascia perdere. Sono stanco.» «Livello di affaticamento dell'Operatore in aumento» dice la voce, come se leggesse un referto. «Ti serve un richiamo motivazionale.» Ecco un'altra cosa che mi piace di questo gioco: sa quando sto per mollare. «Pensa alla prima Principessa che hai salvato, Leo. Ricordi cosa provasti, quando finalmente la trovasti?» Chiudo gli occhi. Il ricordo arriva sfocato, come un livello giocato troppe volte, che perde i dettagli e lascia solo la sensazione — un sollievo enorme, un peso che si stacca dal petto, le mani che tremano per l'adrenalina scaricata tutta insieme. Un silenzio, dopo. Un silenzio grande, pulito, che riempiva tutta la stanza. Non ricordo il suo viso. Non ricordo dove fosse. Ricordo solo di aver sentito, per la prima volta in vita mia, di essere stato utile a qualcosa di più grande di me. E ricordo che dopo, per molti giorni, ho dormito bene. «Mi sentii… completo» dico piano. «Esatto.» La voce si abbassa di un tono, e questo non l'aveva mai fatto. «Questo è il settimo salvataggio, Leo. Sette è un numero importante. Non deludere te stesso.» Il numero mi si posa addosso come un peso familiare, quasi confortante — sei volte ho fatto questo, sei volte ho vinto — e non mi fermo a chiedermi perché non ricordi nessuno dei sei volti con chiarezza, perché ogni Principessa nella mia memoria sia solo una sagoma, un respiro, una porta che si apre su un sollievo enorme e poi il buio, come se il gioco stesso avesse cancellato i replay delle vittorie precedenti per lasciare spazio solo a quella in corso. Riapro gli occhi e decido.

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«Il deposito di vernici» dico. «Tre piani, cortile chiuso, condotto di areazione sul lato nord. È lì.» Silenzio. «Confermi?» chiede la voce. «Confermo.» «La squadra è in movimento.» Poi comincia l'attesa, ed è la cosa peggiore che questo gioco mi abbia fatto finora. Non c'è niente da fare. Nessun enigma, nessuna mappa, nessun cursore da muovere. Solo un puntino blu che avanza lento su una linea grigia, e il conto alla rovescia che scende, e il feed della cella in un angolo dello schermo dove lei respira piano, piano, piano. Cammino avanti e indietro. Otto passi da un muro all'altro. Otto passi tornando. Li conto senza volerlo. Otto e otto, sempre otto, e a un certo punto mi accorgo che li conto da anni. Il puntino blu si ferma. «Squadra sul posto» dice il Supervisore. È tornato, e nella sua voce c'è una tensione che prima non c'era. «E allora?» «Stanno entrando.» Trentacinque secondi. Li ho contati anche quelli. «Negativo.» La parola mi entra come un chiodo. «Cosa vuol dire negativo.» «L'edificio è vuoto, Leo. Non ci sono celle. Non ci sono scale che scendono. È un magazzino sgombro da otto anni.»

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«Non è possibile.» Mi butto sulla tastiera, riapro le mappe, i condotti, l'eco della campana. «Il condotto sul lato nord—» «È un camino di scarico murato nel 2011.» «Allora è il piano interrato, ci sarà un—» «Non c'è un interrato.» Guardo il conto alla rovescia. 09:41:06 Nove ore. E la squadra deve rientrare, riorganizzarsi, ripartire. Ho appena bruciato sei ore della vita di quella ragazza per una H che non riuscivo a smettere di guardare e per un deposito di vernici che ho scelto perché avevo paura di scegliere l'altro. Qualcosa mi si rompe dentro con un suono che sento fisicamente, tra le orecchie. «L'ho uccisa» dico. «No» dice il Supervisore, subito, netto. «È viva. Guarda il feed. È viva e tu hai ancora nove ore. Ma adesso ho bisogno che tu smetta di fare il bravo bambino che dà la risposta più ragionevole e mi dica quella che senti nello stomaco. Non quella che puoi giustificare. Quella che sai.» Ho la bocca secca. Il fischio nel petto si è fatto sottile come un filo. «Leo. Quale dei due edifici, se fossi il Mostro?» E stavolta non chiudo nemmeno gli occhi. «Il capannone con la H» dico. «Sempre stato quello.» «Perché.» «Perché il deposito di vernici ha tre piani e i tre piani sono un problema: più spazio, più modi in cui una persona può farsi sentire.» Le parole mi escono da sole, in fila, calde. «Il capannone è basso. È tutto un ambiente solo, sopra. Ma sotto c'è il vecchio livello di carico,

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quello che usavano quando arrivavano le chiatte dal canale, e quello non compare in nessuna planimetria perché non è mai stato dichiarato. Ci si arriva da una botola sotto il pavimento, verso il fondo, dove tenevano i bancali.» Deglutisco. «E la grata che vede lei in alto a sinistra non è una finestra. È la bocca di carico del canale. Per questo la luce rimbalza. Per questo passa il vento.» Il silenzio dall'altra parte è totale. Poi, molto piano, il Supervisore dice: «Come lo sai?» E per la prima volta in tutta la missione, per un secondo intero, io non ho una risposta. «L'avrò letto in un livello precedente» dico alla fine. «Sì» dice lui. «Sarà così.» Il feed si riattiva da solo, senza che io lo chieda. Lei è sveglia, adesso, la testa dritta, e per la prima volta vedo — o credo di vedere, la grana video è troppo bassa per esserne certo — le sue labbra muoversi. Sta parlando. Sta chiamando qualcuno. Un nome, forse. Due sillabe, ripetute. Il microfono del feed non trasmette audio, solo immagini, e questo mi fa più male di qualunque grido avrei potuto sentire. «Non può sentirmi» dico. «No. Ma tu puoi vedere lei. È sufficiente per completare la missione.» Un rumore pesante, uno strascico di qualcosa di metallico trascinato sul pavimento di pietra, attraversa il feed. Il Mostro è tornato, più vicino di prima. Mi sporgo verso lo schermo così tanto che la fronte tocca il vetro tiepido, e resto lì, fronte contro vetro, come un bambino davanti a un acquario. «Dimmi dove trascinare l'attenzione del Mostro» chiedo. «Fatelo allontanare da lei. Datemi qualcosa da fare.»

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«Non è nelle mie capacità deviare il Mostro» dice la voce femminile. «Solo tu puoi trovarla in tempo, Leo. Solo tu conosci davvero questi posti.» Non mi fermo su quella frase. Non ho tempo. 09:02:40

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CAPITOLO 5 — L'Indirizzo Non so quante ore siano passate da quando ho smesso di distinguere la sete dalla stanchezza. Il casco mi pesa in un modo nuovo, come se qualcuno, da qualche parte, avesse aggiunto peso alla struttura senza dirmelo, e ogni volta che muovo la testa una fitta mi attraversa la nuca, proprio alla base del cranio, in un punto che non dovrebbe far male per un semplice gioco. Quando mi passo la mano tra i capelli, le dita incontrano qualcosa di appiccicoso vicino all'orecchio. Guardo il polpastrello: è trasparente. Gel. Sarà del casco. «Stato dell'Operatore: critico» dice la voce, e per la prima volta mi sembra — solo mi sembra, non ne sono certo — che ci sia qualcosa di simile alla premura, in quel tono piatto. «Ti serve un riposo. Cinque minuti.» «No.» La parola mi esce più dura del previsto. «Lei non ha cinque minuti.» Nessuna risposta. Solo il ronzio dei monitor e il battito nelle mie tempie. Ho bisogno dell'indirizzo esatto. Non basta il capannone: la squadra deve entrare dal lato giusto, al primo colpo, perché al secondo colpo non c'è tempo. Lavoro sulla mappa come non ho mai lavorato su niente in vita mia. Prendo l'eco della campana e ne ricavo duecentodieci metri, non duecento. Prendo l'inclinazione della luce sulla grata e ne ricavo l'orientamento della bocca di carico: nord-nordest. Prendo il rumore di quello strascico metallico sul feed e conto il ritardo dell'eco contro la parete opposta: nove metri e mezzo di ambiente. Un solo ambiente. Nessun corridoio. Sono le tre di notte, o forse non lo sono, non lo so, in questa stanza non è mai né giorno né notte e non ci ho mai fatto caso finché adesso.

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C'è una via, stretta, che costeggia il canale — la vedo tracciata in linee blu sullo schermo laterale, e per un secondo, solo un secondo, un'immagine mi attraversa la mente che non è del gioco: Un cancello arrugginito che si apre verso l'interno e gratta sul cemento. L'odore di ruggine e acqua stagnante. Le mie mani — le mie, con la cicatrice sul pollice destro — che chiudono un lucchetto. Sbatto le palpebre e l'immagine sparisce, sostituita dalla solita griglia di dati. Guardo il mio pollice destro. La cicatrice c'è. È vecchia. Non ricordo come me la sono fatta. Glitch, penso. Capita, dopo così tante ore. Ho letto di gente che dopo settanta ore di gioco vedeva i tetrimini cadere sul soffitto. «Via del Guado» dico ad alta voce, come se pronunciarla la rendesse più vera. «Magazzino numero quattro. Accesso dal cortile interno, lato nord. La botola è nell'angolo sud-ovest, sotto i bancali, ed è coperta da una lamiera.» «Livello di confidenza richiesto: totale, prima della trasmissione» dice la voce. «Un errore a questo punto della missione è irreversibile.» Guardo di nuovo il feed. Lei ha smesso di muoversi del tutto, la testa reclinata, e per un istante terribile penso di essere arrivato tardi, che il gioco mi stia per mostrare la schermata che temo da sempre — GAME OVER, in lettere rosse, la sola cosa che in tutti questi anni non ho mai potuto sopportare di vedere. Poi il petto si alza. Ancora. Piano, ma si alza. «È viva» sussurro, più per convincere me stesso che per informare l'AI. «È viva, deve solo resistere ancora un po'.» E le dico una cosa che non ho mai detto a nessuno, a voce alta, in questa stanza, in vent'anni. «Non ti lascio lì.»

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Mi accorgo che sto piangendo solo quando una goccia cade sulla tastiera, tra il tasto senza la W e il tasto senza il 7. Il taccuino è aperto sul comodino, pieno delle mie annotazioni — calcoli, distanze, angoli, e la stessa parola scritta e riscritta ai margini della pagina senza che io ricordi di averla mai vergata: sette. Non sette indizi. Non sette minuti. Solo sette, sottolineata tre volte, con una pressione della penna così forte da aver bucato la carta in due punti. E accanto, in piccolo, in una calligrafia ancora più stretta, sei trattini in fila. Sei trattini, e uno spazio vuoto. Lo guardo per due secondi interi. Poi il conto alla rovescia scatta a 05:14:09 e io chiudo il taccuino, perché non c'è tempo, perché non c'è mai tempo, perché ogni secondo che passo a guardare le mie stesse scarabocchiature è un secondo che tolgo a lei. «Via del Guado, magazzino quattro» ripeto. «Sono pronto a trasmettere le coordinate.» «Confermato» dice la voce. «Preparati, Leo. Questa è la parte finale.» E il Supervisore aggiunge, piano, dall'altra stanza: «Qualunque cosa succeda adesso — voglio che tu sappia che sei arrivato fin qui da solo.» Non capisco perché quella frase mi faccia venire i brividi.

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CAPITOLO 6 — Trasmissione «Trasmetti» dice la voce, e nella parola c'è qualcosa che non avevo mai sentito prima — non calore, l'AI non ha calore, ma un'urgenza vera, tesa come una corda. Digito le coordinate una lettera alla volta, le dita che tremano così tanto da dover correggere due volte lo stesso carattere. VIA DEL GUADO. MAGAZZINO 4. CORTILE INTERNO, ACCESSO DA NORD. BOTOLA ANGOLO SUD-OVEST SOTTO LAMIERA. Ogni parola che compare sullo schermo centrale in caratteri verdi mi sembra pesare quanto un macigno tolto dal petto. «Coordinate ricevute. Elaborazione in corso.» Il monitor laterale mostra ancora il feed — lei, immobile, il petto che si alza appena — e per un istante che dura più di ogni altro istante della mia vita, non succede niente. Solo il ronzio dei ventilatori, il battito nelle mie orecchie, il conto alla rovescia che continua a scendere senza pietà. 00:52:17 «Funzionerà?» chiedo, e la mia voce si spezza a metà della domanda, come non mi succedeva da ragazzo. «Le coordinate sono state trasmesse alla squadra di intervento» risponde la voce. «Il tuo compito è concluso, Leo. Hai fatto tutto quello che potevi fare.» Qualcosa in quella frase — il tuo compito è concluso — mi si posa addosso in un modo strano, come un sipario che scende un attimo prima del previsto. «No» dico. «Aspetta. Io devo vedere la fine.» «Non è previsto.» «Come non è previsto?» Rido, e mi esce sbagliato. «È il finale. Il finale si vede sempre. È la cosa per cui uno gioca.»

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Silenzio. E in quel silenzio sento — chiaramente, senza filtri, senza altoparlanti — un rumore alle mie spalle. Una serratura. Non nel gioco. Nella stanza. Alle mie spalle, nella porta di metallo verniciato che non ricordo di aver scelto io, qualcosa di pesante scorre di lato con un clangore basso e definitivo, il suono di un catenaccio che si apre dall'esterno. Provo a girarmi. Provo, e la lingua è già pesante, impastata, e un torpore mi sale dalle gambe verso il petto con una rapidità che nessun videogioco mi ha mai fatto provare. Il bicchiere d'acqua. Il retrogusto dolce. Il pensiero arriva e scivola via prima che riesca a tenerlo. «Aspetta» sussurro. «Voglio vedere. Voglio vedere che è salva.» «Riposa, Operatore.» La voce, per la prima volta da ore, usa quella parola invece del mio nome, e nel torpore che mi sta inghiottendo la testa quel dettaglio mi sembra strano, fuori posto, come una nota stonata in una canzone che conosco a memoria. Non riesco a capire perché. Sento — o forse immagino, non lo so più — delle mani sulle braccia. Non le mani di un personaggio del gioco. Mani vere, ferme, addestrate, che sanno esattamente dove afferrare per far cedere un gomito, che mi tengono fermo mentre qualcosa di freddo mi punge l'incavo del braccio. Qualcuno, sopra di me, dice a qualcun altro: «Ha collaborato. Non serve la fascia.» E un'altra voce risponde: «Mettila lo stesso.» «È il teletrasporto» penso, o forse lo dico ad alta voce, non lo so più. «Mi state portando alla scena finale. Bravi. Bel dettaglio.»

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Nessuno mi risponde. Nessuno mi risponde, e questo — in tutte queste ore, in tutti questi anni, in tutta questa stanza — è la prima cosa che non era mai successa. Lo schermo centrale sfarfalla, si scompone in righe grigie di disturbo, esattamente come il feed della cella la prima volta che l'ho visto. Poi va nero. Il buio non fa rumore. Ma per la prima volta, in tutte queste ore, il silenzio mi sembra sbagliato.

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CAPITOLO 7 — La Settima La luce che mi colpisce quando riapro gli occhi non è quella blu elettrico dei monitor. È bianca, dura, verticale — luce da soffitto, luce vera, il tipo di luce che non vedo da così tanto tempo che il mio cervello impiega un istante intero a capire cosa sia. Mi entra negli occhi come sabbia. Non sono sul futon. Sono seduto — legato, capisco dopo un secondo, i polsi bloccati ai braccioli di qualcosa che non è la mia sedia, con delle fascette larghe, imbottite, di quelle che non lasciano segni — e il casco che sentivo sulla testa da ore, giorni, non so più quanto, non c'è più. Al suo posto, l'aria fredda mi punge la pelle nuda del cranio, dove gli elettrodi hanno lasciato dei piccoli cerchi umidi. Mi passo la lingua sulle labbra. Sanno di sale. Davanti a me, non tre monitor a semicerchio. Una parete di vetro. E oltre il vetro, una stanza piena di persone: camici bianchi, uniformi scure, una donna con una cartellina che parla piano dentro un registratore, un uomo con un distintivo agganciato alla cintura che tiene le braccia conserte e guarda me e solo me. Alla mia destra, dove dovrebbe esserci lo scaffale dei manga, c'è un muro di cemento a vista con un numero stampigliato con la vernice: BLOCCO C — SALA 3. Alla mia sinistra, dove dovrebbe esserci la finestra con le tapparelle sempre abbassate, non c'è niente. Solo muro. «Parametri stabili» dice qualcuno — non alla voce sintetica, a una persona vera, in carne e ossa, che scrive su una tavoletta senza guardarmi negli occhi. «È vigile. Può sentirci.» E riconosco quella voce.

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È la voce del Supervisore. Provo a parlare e dalla gola esce solo un suono secco, raschiato. Ci riprovo. «La Principessa» riesco a dire. «È salva? Ditemi che è salva.» Il silenzio che segue dura troppo a lungo per essere un buon segno, poi troppo a lungo per essere un cattivo segno, e in quel silenzio qualcosa dentro di me — una parte piccola, sepolta sotto sei anni, o sei missioni, o sei qualcosa che non riesco più a chiamare nel modo in cui la chiamavo un minuto fa — comincia a tremare per un motivo diverso dalla stanchezza. Una radio, appesa al muro dietro il vetro, gracchia. Voci vere, non sintetiche, sovrapposte, urgenti, con il fiato corto di gente che sta correndo. «Botola aperta! È qui dentro, è qui dentro — L'ABBIAMO TROVATA!» «Chiamate il medico, è disidratata, non riesce a stare in piedi—» «Cutter sul lato est, ATTENZIONE — il meccanismo si sta armando, sento il contrappeso—» «TIRATELA FUORI. ADESSO. ADESSO—» Un rumore metallico, pesante. Un tonfo secco che sento più nel petto che nelle orecchie. Poi un urlo — non il mio, non quello della radio, uno strappato, umano, vivo, un urlo di gola che non ha parole dentro perché non gliene servono. E un istante dopo, un altro rumore. Metallo su metallo. La lama che scende lungo le guide, prende velocità, e chiude in due la cassa ormai vuota con uno schianto che fa saltare la trasmissione. A un centimetro dal punto in cui, fino a un secondo prima, c'erano due mani legate.

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Dentro il vetro, qualcuno appoggia le mani sul tavolo e china la testa. La donna con la cartellina si porta una mano alla bocca. Un ragazzo giovane, in uniforme, esce dalla stanza a passo veloce senza dire niente a nessuno. L'hanno presa in tempo. L'hanno presa per un centimetro, per mezzo secondo, per la fortuna o la precisione di qualcuno che io non ho mai visto in faccia. E io sento il sollievo. Lo sento davvero, per un istante, puro, enorme, identico a quello che ho sempre provato — ce l'ho fatta, ce l'ho fatta di nuovo, il peso si stacca dal petto, adesso viene il silenzio grande e pulito e stanotte dormirò bene — — e poi mi accorgo che è la stessa identica sensazione delle altre sei volte. Esattamente la stessa. L'uomo con il distintivo si stacca dal gruppo. Si avvicina al vetro. Non batte le mani. Non sorride. Mi guarda con un'espressione che non so leggere, che non è gratitudine e non è ammirazione da eroe di videogioco, e ci mette qualche secondo a decidere se parlarmi. Poi preme un pulsante e la sua voce entra nella mia stanza, e non è filtrata da nessun altoparlante da gioco. «Leo Ferrante.» Il mio cognome intero. Pronunciato per la prima volta in tutte queste ore. Mi cade addosso come una pietra. «Si chiama Anna» dice. «Ha ventisei anni. Era là sotto da diciannove giorni.» Diciannove. Io ne avevo contati diciassette sul muro, e li avevo contati troppo in fretta. «Le altre sei» dice lui, e adesso la sua voce è dura, e ferma, e trema un pochissimo alla fine, «non abbiamo fatto in tempo.»

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Le altre sei. Non salvate. Le altre sei. Il pavimento sotto la sedia — vera pietra, capisco solo ora, non il finto parquet della mia stanza — sembra inclinarsi da un lato. E i frammenti arrivano tutti insieme, troppo veloci, troppo nitidi per essere fermati. La fessura nel muro che non ho mai guardato in vent'anni. L'aria fredda che ne usciva. La H sbiadita con la vernice colata a formare un piede, che conoscevo senza sapere da dove. La campana con il vento da est e l'odore di acqua ferma. Il cancello arrugginito che gratta sul cemento, e le mie mani con la cicatrice sul pollice che chiudono un lucchetto. Perché l'umidità fa marcire le tracce. Il calendario graffiato sul muro della cella, che sapevo contare prima di leggerlo. I sei trattini nel taccuino, e lo spazio vuoto accanto. I sei volti che non ho mai davvero dimenticato — solo seppelliti sotto un gioco costruito apposta perché io continuassi a parlare senza rendermi conto di stare confessando. Non c'era nessuna intelligenza artificiale che mi guidava verso un salvataggio. C'era una donna, dietro quel vetro, che ha letto per mesi un copione scritto nella sola lingua che io abbia mai saputo parlare — quella dei livelli, delle missioni, delle Principesse da salvare — e c'era un uomo che a un certo punto ha smesso di girare intorno e mi ha chiesto direttamente, con la voce leggera di chi chiede una cosa da niente:

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Se tu dovessi nascondere una persona, quale posto sceglieresti? E io gliel'ho detto. Gliel'ho detto tutto, con orgoglio, sporgendomi in avanti sulla sedia, felice che finalmente qualcuno mi chiedesse la cosa in cui sono sempre stato bravo. Il Mostro non è mai entrato nel perimetro. Il Mostro era già dentro la stanza. Apro la bocca per dire qualcosa — non so cosa, non c'è niente — e non esce niente. Il monitor spento davanti a me, quello che fino a un'ora fa era il centro del mio mondo, adesso non mostra altro che un riflesso: un uomo di cinquantadue anni, legato a una sedia, con la testa rasata per gli elettrodi e la bocca aperta e gli occhi troppo lucidi. Lo stesso riflesso che ho visto per mezzo secondo, ogni volta, ogni singola volta, ogni volta che lo schermo andava nero e io pensavo chi è questo e poi la luce blu tornava e me ne dimenticavo. Adesso la luce blu non torna. Non riconosco quell'uomo. Ma per la prima volta in tutte queste ore, in tutti questi anni, in tutta questa stanza — so esattamente chi è. FINE

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